Uruguay, Montevideo

Ho sempre amato la geografia, imparare a memoria le capitali del mondo ad un certo punto della mia infanzia/ adolescenza era diventato un obiettivo. Facevo a gara con le amiche per chi riuscisse a indovinarne la maggior parte, ma alla fine la spuntavo sempre io. Credo fosse una questione di memoria fotografica perché nel corso degli anni l’apprendimento mnemonico mi è risultato noioso e faticoso. In inglese quando si impara qualcosa a memoria di dice “by heart” e onestamente non mi ha mai convinto questa parola. Forse gli inglesi pensano che se qualcosa la imprimi nella memoria del cuore rimanga più a lungo, quindi ripetere una stessa frase dovrebbe sortire lo stesso effetto. A me invece capita che anche se ripeto una frase duecento volte, magari dopo due ore ha già preso il primo volo British Airways, ma se imprimo una visione nella mia mente di certo rimane nel mio cuore. Per esempio, ricordo ancora quando al liceo avevo preso appunti durante una lezione di francese sul naturalismo e il colore del foglio era rosa. Così dopo aver studiato l’argomento , durante l’interrogazione del giorno dopo nella mia mente visionaria si è palesato il foglio rosa con esattamente la porzione di appunti necessari al superamento della prova. Se mi fermo a pensarci mi sembra che il foglio del quaderno sia ancora vivo, impresso appunto nella memoria del cuore.
Oggi il colore rosa tinge la mia giornata qui a Montevideo. La capitale uruguaiana era una di quelle dal nome che nessuna delle mie amiche ricordava. Ho avuto qualche impegno appena arrivata in città , per ora ho visto solo edifici molto alti, imponenti, grattacieli ma so che da qualche parte si nasconde l’oasi per la mia sete di forme e colori.
La trovo camminando per il Barrio Reus con tutti i suoi edifici in serie ,dai colori pastello a quelli più accesi, il tutto in una gradevole cromia. Cerco di trovare l’accostamento di due colori unici, ma non riesco, eppure sembra che niente stoni: è una sinfonia e tutti giocano egregiamente la loro parte. La designer che trovo a Montevideo è Nina Hauzer, con la grazia ed eleganza del colore rosa pastello, come il tramonto a cui assisto mentre con la testa rivolta verso l’alto degli edifici del Barrio e le mani in tasca gironzolo ipnotizzata.
Mi sento trasportata in una dimensione atemporale, non so bene che mese e che anno siano, ma posso dare io la dimensione e la sequenza temporale che più si addice. Il vestito che ho scelto dalla collezione di Nina ha un nome ben preciso, Wes dress, con un chiaro rimando al regista Wes Anderson. La mia memoria fotografica mi rimanda alla videocassetta del film i Tenenbaum, diretto da questo regista. Ricordo perfettamente la locandina del film e il personaggio interpretato da Gwyneth Paltrow: una ragazza altolocata, quella che definiremmo socialite, il capello biondo con riga a destra e la ciocca di capelli a sinistra tenuta da una forcina. A volte mi rispecchiavo in quella ragazza dagli occhi definiti da una calcata matita nera e la sigaretta perennemente sulle labbra dure e sottili. Il Wes dress può portarmi indietro nel tempo, giocare con i pastelli di Villa Munoz e le forme esagonali rosso sul mio capo mi ricordano molto le porte di ingresso degli edifici del quartiere. Mi sembra di avere quelle piccole casette addosso. Il colletto nero del vestito mi ricorda molto la socialite dei Tanenbaum e con la sua matita nera sugli occhi avvio la mia trasposizione cinematografica.
Questa stilita uruguaiana mi porta a curiosare di più tra la sua collezione e scopro che ogni capo ha il suo nome, dagli abiti alle scarpe, cosicché tutto abbia un suo carattere. Mi metto a ridere perché in questo modo la mia memoria avrà lavoro facile con questa designer: abbinerò il nome a un modello, a una cromia, fino ad arrivare ad uno status. Mi complimento per questa mossa.
Già che ci siamo completiamo con Anna allora. Mi spiego meglio: Anna è il modello di scarpe nere con suola carro armato per completare il mio outfit e uscire a scoprire Montevideo prima che svanisca il giorno. In realtà ho trovato altri modelli di scarpe con dei nomi appetitosi per la mia immaginazione ma devo darmi una calmata: sul mio corpo la successione cromatica degli edifici di Villa Munoz non può sortire lo stesso effetto.
Prendo il mio taxi sotto casa, cercando di sedermi in modo composto per non dare nell’occhio la minutezza del vestito.
Gioco con gli esagoni rossi stampati sul mio capo disegnando con le dita il perimetro delle forme e mi vengono in mente altri posti nel mondo in cui potrei ritrovare questi disegni, magari qualcosa dal sapore più speziato.

Ispirazione outfit : http://ninahauzer.com

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